Con Draghi ci è andata bene

Quirinale e dintorni, perché è bene che il presidente del Consiglio resti dov'è: a Palazzo Chigi

Tra pochi mesi ci sarà da scegliere il successore di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e sui giornali è tutto uno squadernarsi di album delle figurine. Borsini, totonomi, chi-sale-e-chi-scende. Si dice, da più parti, che non ci sarebbe presidente migliore di Mario Draghi. Il che potrebbe anche essere vero, ma non si capisce perché dovrebbe interrompere il suo lavoro a Palazzo Chigi. Non è importante forse quel compito in un momento così complesso per la vita repubblicana? C’è ancora un’emergenza sanitaria da fronteggiare, e non solo quella; non dimentichiamo le conseguenze socio-economiche e il percorso del PNRR da seguire e completare.

L’Italia non è una Repubblica semipresidenziale. Un giorno magari lo sarà (ne dubito), ma per adesso i poteri del capo dello Stato sono quelli indicati dalla Costituzione e Draghi non potrebbe governare l’Italia dal Colle, nonostante il peso politico del presidente della Repubblica negli ultimi anni sia cambiato in virtù dell’interventismo di alcuni inquilini del Quirinale. Draghi si trova a gestire una maggioranza composita e riottosa, che viene tenuta a bada grazie anche alla sua autorevolezza e a qualche necessario compromesso. I limiti del suo mondo sono i limiti di questa maggioranza, nata dall’unione di forze politiche di centrodestra e centrosinistra in lotta fra loro. Che cosa succederebbe se un ministro qualsiasi del governo Draghi diventasse presidente del Consiglio? Avrebbe la stessa forza, la stessa capacità di mantenere un equilibrio nello squilibrio?

Draghi è diventato lo stabilizzatore del sistema politico. Senza di lui, gli animal spirits della politica italiana tornerebbero a fare quello che fanno di solito. Per questo privarsene sarebbe un errore. Almeno in questo momento. Fra due anni, magari, le cose saranno diverse.

Questa discussione sta diventando grottesca anche perché il dibattito è tutt’altro che trasparente. Tra i leader politici non si fa altro che ripetere di non prestare ascolto alle indiscrezioni che sistematicamente escono sui giornali, perché fino al giorno dell’elezione non si saprà davvero chi sarà il nuovo presidente, che potrebbe anche spuntare all’improvviso. A parte il fatto che le indiscrezioni provengono dagli stessi leader politici o dai partiti di cui sono a capo, ma perché dovremmo accettare questo metodo? Il futuro della Repubblica è appeso agli arcana imperii? È così che i partititi politici, impoveriti delle loro capacità decisionali, pensano di rifarsi una credibilità?

In un futuro, non so quanto lontano, potremo fare a meno di Draghi. La domanda è che cosa arriverà dopo, visto che la classe dirigente dei partiti non appare in grado di individuare un successore politico e non tecnico (per quanto la distinzione nel caso di Draghi sia oziosa). La sensazione è che l’ex presidente della BCE faccia comodo anzitutto ai partiti, perché risolve un sacco di problemi. È il supplente della classe dirigente, e qualora dovessero andare male le cose si potrebbe sempre dire che le responsabilità sono da cercarsi “all’esterno” della comunità politica. Ma anche questa è una finzione, un trucco, per non dire una vera truffa politico-lessicale. Draghi non è arrivato per caso a Palazzo Chigi, ma come conseguenza di un sistema fragile. Siamo persino fortunati, perché ci è andata bene. Ci saremmo potuti trovare, in assenza di meglio, con un altro Beppe Conte.