L'azzardo di Renzi

L'ex presidente del Consiglio non può fare il comprimario. Tanto più se si considera che Italia Viva, la sua creatura, è stata fin qui un insuccesso politico. 

Matteo Renzi è uno che ama gli azzardi, già dai tempi di Firenze, quando si candidò alle primarie a sindaco, sfidando i voleri del Pd locale e nazionale. Non può fare il comprimario. Tanto più se si considera che Italia Viva, la sua creatura, è stata fin qui un insuccesso politico. 

Per eccesso del solito romanocentrismo, mi pare che si continui a non prendere in considerazione il risultato delle elezioni toscane, dove peraltro si presentava insieme a + Europa, che per Renzi sono state un punto di svolta. Puntava al 10 per cento, ha preso il 4,48 in tutta la Regione e il 6,67 a Firenze, che non è solo la città di cui è stato sindaco ma quella di cui è attualmente senatore. Se non si capisce la sua psicologia, non si può capire Renzi così come non si può capire nessun politico. Come Berlusconi, Renzi fa fatica a capire perché la gente non lo ami. La differenza è che Berlusconi ha saputo stare all’opposizione per poi tornare a vincere, Renzi da quando è uscito da Palazzo Chigi ha perso il proprio spirito identitario. In realtà, l’aveva perso già poco dopo esserci entrato. Capita a tutti i rivoluzionari quando arrivano nel Palazzo. 

Al senatore di Scandicci è sempre piaciuta l’idea di essere il capo di una comunità. Questa comunità, ha scoperto Renzi, è sempre più piccola e ininfluente nella società (il Parlamento è un’altra cosa). Per questo è discutibile il paragone fatto da Romano Prodi, secondo cui Renzi si è comportato come Fausto Bertinotti. Il paragone non regge perché l’ex segretario di Rifondazione Comunista considerava il potere e lo stare al potere come una sovrastruttura dal quale tenersi alla larga. Per Bertinotti l’opposizione era una condizione naturale. Renzi è esattamente l’opposto. Il motivo per cui non ama i ruoli eminentemente politici - come il segretario di partito - è perché riducono fortemente il potere esecutivo.

Il potere esecutivo è quello che serve a organizzare ed eseguire delle decisioni. Dove era adesso non poteva farlo. Conte è il suo avversario, persino un concorrente: per questo Renzi oggi ne ha bisogno. Sia come avversario, sia come concorrente nel quale specchiarsi. 

Renzi ha sempre azzeccato i tempi, che in politica sono determinanti. Tranne quando è uscito dal Pd. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Nel 2012, dopo la sconfitta alle primarie, o nel 2014, dopo il 40,8 per cento alle Europee. Ma chiederselo oggi è solo un esercizio mentale. Così come ci potremmo chiedere che cosa sarebbe successo se Renzi avesse effettivamente lasciato la politica dopo la sconfitta al referendum costituzionale del 2016, come aveva detto. 

Il problema di Renzi è che negli ultimi dieci anni si è giocato la pallottola dell'outsider, poi quella del politico di professione antisistema. Come pochi altri (forse in precedenza Silvio Berlusconi) era entrato in sintonia con un pezzo consistente dell’elettorato. Forse è anche per questo che oggi c’è così tanta sfiducia nei suoi confronti. Al punto tale che Renzi sbaglierebbe anche se avesse ragione.

La politica è fatta di azzardi e di rilanci. Ma dietro devono sempre avere un’idea. La rottamazione ha condizionato politicamente il dibattito pubblico per anni. Aveva una sua forza (sociale, politica, economica) e aveva contaminato l’opinione pubblica. Oggi i sondaggi ci dicono che le scelte di Renzi non sono ben comprese dall’elettorato, forse preso da altro. 

C’è tutt’ora in corso un’emergenza sanitaria, eppure a giugno ci potrebbero essere elezioni politiche anticipate. Per scongiurarle, a Giuseppe Conte serve un gruppo di cosiddetti Responsabili, detti anche “costruttori”. Quanti siano, ancora non è dato sapere. Il voto anticipato conviene a pochissimi. Senz’altro non conviene a Renzi, che rischia di sparire dal Parlamento. Ma non conviene neanche al M5s, attraversato da una irreversibile crisi che verrebbe da definire culturale (se la parola non fosse persino troppo alta per il partito di Luigi Di Maio).