Le buffonarie del M5s

  
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Sul quesito di Rosseau ci stiamo facendo tutti — giustamente — grasse risate, non solo per l’italiano con il quale è formulato, ma anche per il senso politico di affidare a una piattaforma online, ormai partecipata da poca gente, l’indirizzo della principale forza parlamentare. Davide Casaleggio dice che il quesito “l’ha deciso Crimi” e temo che lo abbia pure scritto.

Se vogliamo, tutta questa sceneggiata — compresa la sceneggiata del rinvio — è meno interessante della sostanza, cioè l’identità del più grande partito italiano in Parlamento. Con una domanda “tendenziosa” — dicono 13 parlamentari del M5s — rivolta ai reduci del grillismo, si cerca di orientare verso il Sì a Draghi un partito nato dalla ferocia contro le élite. 

L’eventuale Sì a Draghi testimonierebbe la fine del M5s per come l’abbiamo conosciuto; varrebbe persino di più dell’alleanza con la Lega nel 2018, che ha peraltro avuto come unico effetto quello di far dimezzare i voti ai Cinque stelle e raddoppiare quelli di Matteo Salvini. Draghi — e per fortuna che c’è — è il “capo delle élite”, come l’ha definito Alessandro Di Battista, l’ex deputato fasciocomunista, forse il politico più rappresentativo dello spirito originario del M5s nonché l’unico a poter provocare una scissione, non è dato sapere quanto grande, tra i Cinque stelle. 

Le giravolte del M5s, sì, sono state molte. C’è il caso della Lega, già citato, ma anche i vari “mai con il Partito di Bibbiano”, quel Pd con cui poi il M5s ha messo in piedi il secondo governo Conte. Nessuno di questi passaggi tuttavia è mai stato metabolizzato per davvero, come testimonia il calo di consenso degli ultimi due anni (e dire che nel 2018 il M5s era arrivato in Parlamento prendendo il 32,5 per cento). 

La transizione non c’è stata perché non è una transizione quella che vediamo nel M5s. Troppo tempo hanno bisogno, certi mutamenti, per poter essere assorbiti, invece i grillini hanno semplicemente proceduto per strappi. Un giorno con la Lega, il giorno dopo con il Pd. E i valori non negoziabili? In politica contano fino a un certo punto, anche se sei un partito che ha fatto del moralismo la sua cifra, ma certi cambi di rotta vanno argomentati. 

Non c’è dunque transizione politica nel M5s ma c’è bisogno, a quanto pare, di transizione ecologica. Da 24 ore si parla solo, persino troppo, di questo cosiddetto “super ministero” chiesto da Beppe Grillo. Come se non avessimo altri problemi in questo momento da risolvere. L’emergenza sanitaria, il piano vaccinale da completare, la crisi socio-economica. Sono queste le cose di cui ci dovremmo occupare, altro che le rivendicazioni ambientaliste di un partito che da quando è al potere se ne strafrega dell’ambiente (una delle famose cinque stelle con cui il M5s è nato). Oltretutto, come nota Arturo Parisi, la transizione ecologica era già iniziata, almeno secondo lo stesso M5s.

Ma questi, secondo il Pd che continua a difendere l’alleanza con il M5s, sono i campioni del progressismo, dell’europeismo e del riformismo. Tanti cari auguri.