Notizia personale, ringraziamenti e saluti

Dopo quattro straordinari anni, tra pochi giorni lascerò il mio posto di redattore al Foglio, una grande palestra, un meraviglioso laboratorio di intelligenze vivaci. 

Dopo quattro straordinari anni, tra pochi giorni lascerò il mio posto di redattore al Foglio, il giornale in cui appena diventato ventenne feci il mio primo stage: il giornale di Giuliano Ferrara, Pietrangelo Buttafuoco, Stefano Di Michele, Guia Soncini. Maestri inarrivabili di scrittura dai quali ho cercato di rubare con gli occhi. 

Da quell’estate del 2004 in cui per la prima volta misi piede a Trastevere sono passati oltre 16 anni. Il Foglio è stato per me una grande palestra, un meraviglioso laboratorio di intelligenze vivaci. 

Una volta Buttafuoco, dopo aver letto un mio pezzo, disse: “Non usare i luoghi comuni, quelli lasciali ai luogocomunisti”. Non ho titoli per ripetere questa frase, ma è quello che direi a un ventenne oggi che vuole fare il giornalista.

In questi quattro anni è cambiato il mondo. Sono entrato in redazione il 27 dicembre 2016. Donald Trump aveva appena vinto le elezioni americane, Matteo Renzi aveva appena perduto il referendum costituzionale. In Italia c’era il solito caos istituzionale, dico solito perché ormai ci siamo abituati. Quattro anni dopo siamo di nuovo nel casino, con l’aggravante di una crisi sanitaria che è anche sociale. Quella politica sembra non fare più testo, eppure è drammatica e siamo qui a sperare che Draghi sia davvero Super Mario.

In questi più di quattro anni in redazione, prima sul Lungotevere Raffaello Sanzio poi in Via del Tritone, ho cercato di affrontare alcuni temi di cui spero sia rimasta traccia. Ma la cosa alla quale tengo di più, il ricordo più prezioso, sono i reportage. Lì mi sono veramente divertito, a sciare tra quelle 16 o 25 mila battute, accompagnando il lettore nei luoghi dove non può andare.

Chi mi vuole bene, dice che quando mi diverto si capisce da come scrivo. Deve essere una questione di tono, forse è quello che rivela il mio stato d’animo. Penso che la scrittura sia simile alla musica. C’è un tono, un ritmo, un passo di danza… Mi fermo qui, sto divagando.

C’è una persona che voglio salutare qui pubblicamente: Luciano Capone. Collega di lavoro, compagno di stanza. Veloce d’intelletto. Al suo matrimonio, suo babbo ci definì “compagni di merende”, i video che facevamo hanno divertito parecchie persone e mi sarebbe piaciuto farne di più. 

I mesi di lockdown ci hanno allontanato fisicamente ma Luciano è e sarà sempre un amico. Mi mancherà lavorare con lui, dirò di più: mi mancherà pure la pubblicità di Spotify che ho ascoltato per anni. “Luciano, se paghi puoi non ascoltare la pubblicità. E soprattutto posso non ascoltarla io”. Sua risposta: “Eh, ma io voglio proprio ascoltare la pubblicità, perché dovrei pagare per non ascoltarla più?”. 

Ringrazio gli amici della redazione per la collaborazione e l’affetto di questi anni. Ringrazio il direttore, Claudio Cerasa, per avermi cercato quattro anni fa e offerto la possibilità di lavorare, da redattore, nel giornale dei miei sogni di ventenne. 

Il Foglio resterà sempre nel mio cuore e magari ci saranno possibilità di continuare a collaborare.

Ma è tempo di andare. Nuove sfide stanno per iniziare e io non vedo l’ora di affrontarle. Vi abbraccio e vi stringo uno per uno. 

Grazie.