Renzi spiegato a Zingaretti

Matteo Renzi è sempre stato sottovalutato dai partiti – compresi quelli che ha guidato – ed è questo uno dei motivi per cui negli anni è riuscito a vincere.

Matteo Renzi è sempre stato sottovalutato dai partiti – compresi quelli che ha guidato – ed è questo uno dei motivi per cui negli anni è riuscito a vincere, spesso utilizzando lo stesso schema. Non c’è bisogno di fare troppa sociologia o politologia, basta leggere le cronache fiorentine degli ultimi vent’anni. 

Nel 2002 un giovane segretario della Margherita fiorentina, di nome Matteo Renzi, provocò la crisi a Palazzo Vecchio ritirandone la delegazione. Disse: “Abbiamo cercato un dialogo, non ce l’hanno concesso, ora aspettiamo cosa dirà Domenici”. Finì con l’ingresso in giunta di Beppe Matulli, democristiano di lungo corso, come vicesindaco, che poi restò in carica fino al 2009. “Mentre la Margherita sta facendo la politica col sentimento, la sensazione è che il sindaco stia facendo una giunta con risentimento. E questo rischia di essere letale per l’Ulivo”, disse Renzi con uno dei suoi soliti giochi di parole, mentre aggiungevano petali democristiani nella giunta guidata dagli allora potentissimi Ds. 

Fin dai tempi di Firenze, segretari e dirigenti diessini hanno sempre creduto che bastasse accontentarlo con qualche poltrona per lui e la sua Margherita, di cui è stato segretario provinciale prima di essere eletto presidente della Provincia, scelto come candidato al grido di “più posti per tutti”. 

A quel tempo, Renzi, prima invocò — nel corso della trattativa sulla scelta del candidato presidente — un accordo e un riequilibrio con la Quercia che riguardasse anche i comuni dell’hinterland fiorentino, minacciando di non votare i sindaci diessini, poi si accontentò. In fondo, il posto più importante l’aveva già ottenuto: il suo.

Quando nel 2004 venne candidato a Palazzo Medici Riccardi con la benedizione di Leonardo Domenici, con cui poi condivise anche la sede del comitato elettorale in via Lorenzo il Magnifico, i Ds ridacchiarono; come vicepresidente fu scelto l’ex sindaco di Sestograd (Sesto Fiorentino) Andrea Barducci. “Tranquilli ragazzi, gli s’è legato una gamba al tavolo”, dissero i compagni della Quercia, pensando di poterlo sottoporre a un controllo eterodiretto. Era quello il contentino arrivato dopo tre anni di strepiti e ultimatum del giovane Renzi, che all’inizio del mandato da segretario provinciale della Margherita aveva dichiarato guerra allo “strapotere rosso” dei Ds pigliatutto, chiedendo più posti nella giunta Domenici e aprendo appunto una crisi nella maggioranza nel 2002, durante la quale il sindaco, per tentare di risolverla, gli chiese di fargli da vicesindaco (risposta: no). Sempre secondo il solito adagio: Renzi non fa il vice di nessuno, neanche di se stesso.

In Provincia nel giro di poco fece fuori mezza giunta, tra cui diversi assessori dei Ds e alcuni della Margherita contrari a lui. Ora, bisogna tenere conto che a quei tempi i Ds non erano esattamente un partitino di contorno nell’orizzonte politico fiorentino: alle provinciali avevano preso il 37,1 per cento, mentre la Margherita appena il 9; eppure lui non si fece problemi a escludere anche gli assessori della Quercia. 

Con il solito piglio guascone, Renzi aprì una crisi risolta solo undici mesi più tardi. Entro la fine del mandato arrivò a cambiare quasi tutta la giunta. In quel periodo si guadagnò la fama di decisionista-narcisista, suscitando giudizi rimasti inalterati negli alleati a distanza di anni: “In questo primo anno – ha spiegato una volta Riccardo Gori, allora capogruppo Ds in Provincia – la scena è stata occupata soprattutto dal presidente che si è concentrato sul trinomio cultura-turismo-comunicazione, dando al suo lavoro una fortissima impronta mediatica. In questo campo è stato bravo, anche perché, non ce lo dimentichiamo, ha potuto beneficiare di una mole di risorse finanziarie indirizzate a tale scopo che nessun presidente di Provincia forse in Italia ha mai avuto a disposizione in egual misura” (risorse lasciate in eredità dall’ex presidente Michele Gesualdi, parco allievo di don Milani). 

Ad ascoltare i critici di oggi, che gli danno dello spaccone e del teorico del ghe pensi mi, pardon ghe Renzi mi, sembra non sia cambiato poi molto da quando faceva le riunioni di giunta in via Cavour, badando bene che i suoi assessori non esagerassero con l’iniziativa personale. E sembra che non sia cambiato troppo neanche nella costruzione e nella risoluzione delle crisi politiche. Tutte, naturalmente, a proprio vantaggio.